Sei

Nel mio bicchiere il vino rosso color amarena
Difronte ho te, che sei il colore della mia vena.
La mia libertà in quarantena

Sei l’ombra del fico, estasi e avviso
Il cielo che ho chiuso, l’incendio doloso
Sei l’altro capo del tempo diviso.

Barchetta di carta, ostrica e perla
Il seme nel vaso che rompe la terra
Sei tu il sospiro che adesso mi parla.

Sei l’onda e la cresta
Il punto più fragile della tempesta
E la simmetria, che sulla mia riva appoggia la testa.

La Luna diversa
Calco di luce e universo
Sei porta del buio che mi attraversa.

Potrei proseguire ma basta sapere
che adesso tu… non vuoi più morire.

Ti porto con me, c’è un vaso di eterno che devo riempire
Tu prova a fidarti
Ci penso io.
Adesso.
Amore.

Nella tua biografia

La mia corsa, sempre scalza su quel prato
la discesa in bicicletta dai gradini della chiesa
un sorpasso col mio skateboard di quel legno incollato
per due lire dall’amico di quel tizio un pò svitato.

Una mossa da maestro in quel gioco con i dadi
In attacco o in attesa, io baravo, tu fingevi
Io e te, nessuna resa.

Quando andavi a lavorare che sembravi un generale.
La divisa, la tua faccia da galera, ti giravi sulla porta non guardavi
Non centravi neanche l’aria, eri come chi ha fretta… e aspetta.
Nei tuoi occhi le saette.

Nella mia cameretta, occhi chiusi con le gambe penzoloni.
Dal mio dondolo sfioravano illusioni.
La mia vita era un sogno irreale, aquilone da montare.

Penso a te, penso spesso com’è andata veramente
se davvero fossi stata di una madre la promessa
se davvero chi ora sono, alla fine non sia proprio la tua messa.

Penso a te, penso spesso.
Stesso ardore, stesso nesso.
Uno specchio che squadrare non ho smesso.

Penso a te, penso spesso.
Mi dimentichi in risacca e mi riprendi da quel cavo con la voce da cosacca.
Quella rabbia e quell’amore, l’equilibrio tra coerenza e aritmia
Mi hai spiegato che la vita è solo tua.

Dal quel dondolo ho imparato a costruire aquiloni e tentare acrobazie.
Guardo ancora il soffitto, con i muri parlo chiaro
e ondeggio nella tua biografia.

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Qui dice

Io me ne vado, tu che ti fermi.
In un solo abbraccio, lo spoglio dei sensi
Impasto di forze a lieviti assenti.

Gigola l’àrgano e trascina nel pozzo valore e progetti
Tutto ammassato dentro un archivio di prezzi.

Urlare non serve.
Il buio trasforma l’intesa in livida guerra
nessuno si salva se pieghi la testa.

Non cerco parole e spengo anche gli occhi
Ripasso istruzioni di come sognare.
Pensieri di niente nel bianco rumore.

Qui dice riposa… tienimi il ciuccio che l’incubo muore.

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Col vento parlavo anche prima

Rumore di ombra, che l’organo esegue in assolo di tantra
Sapore di lama, pezzi di senza, brandelli di prima.

Momenti privati… privati d’unione
voci bloccate su un disco in vinile.

Col vento parlavo anche prima
ma adesso vorrei la mia altalena, che trema.
Toccare per terra coi piedi
e spinger le nubi in punta di dita.

Mi tieni il cuore che sono stanca?

Sono giorni che si stringe
mi consuma come il fuoco, quando piange.

E gli chiedo ogni volta se gli basto, se so amarlo.
Lo tratteggio su una chat e non posso – fare – altro.

Lui non smette.
Disperato è il silenzio che promette.

Ecco adesso non lo dire… te ne prego.
Se gli dici vieni qui, lui stanotte schizza fuori come un getto
Ma non ha nessuna forza e nessun freno
con chi versa nel bicchiere la distanza
come gocce di veleno in una stanza.

Ora arriva un’altra notte mai eletta.
Sognerò il torace che riapre questa gabbia maledetta.

E lui vivo
Mentre corre
A perdifiato
Per tornare nel tuo petto.

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Dovrei avere coraggio

Televisione spenta, computer, divano.
Tre fazzolettini di carta sul tavolino,
due segni bianchi di sale sul viso,
un bicchiere di vino. Vicino.

Abbiamo confuso un campo minato con le margherite.
Adesso è attesa di un’illusoria data sparita.

Dalla finestra il mondo che tace
Sopra i balconi qualcuno che fuma, il tempo una brace.
Confini sbarrati, chi resta, chi torna, la forza è finita,
dietro la porta un filo di vita.

La sera cammino senza sentire, mi siedo, mi alzo, dovrei cucinare
Dovrei aver coraggio, dovrei non sparire.

Mi metto ai fornelli sull’immaginario mondo dei folli.

E verso in padella burro salato e vino con bolle
Alzo il volume, la mia candela e il tuo concerto di pianoforte.
Metto sul fuoco anche le dita e quando una lacrima diventa di cera,
giro la ghiera, la cena è servita.

Senza di te, resta digiuna la primavera.

Fuoco di Santi

Nel cielo la guerra
in questa sera
che esplodono stelle

Fuoco di santi
su questa sera
di corto circuito di tutti i comandi

Un guasto improvviso
al pulsante del tempo
in questa sera
che prego e bestemmio

Farfalle con ali dorate
vorreste zittire nel grembo
con tutte le vostre stronzate

Ragione ne avete?
Perfetto, andate a giocare col cielo
a chi arriva per primo a sparire.

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Se fossi

Se fossi qualcosa di struggente… sarei una carrozza ristorante
bicchieri di cristallo, abat jour e champagne nel cestello.
Poltroncine di velluto, fumo e appunti di paesaggi.
Un’immagine scomparsa della gente di passaggio.

Se fossi una confidenza… sarei l’insofferenza.
Quel disturbo che accompagna gli architetti di licenze.
Cuori astrusi che nascondono intenzioni sconvenienti.
Un bizzarro cigolio di un rischioso apparecchio d’imprudenza.
Allacciare le cinture, vuoti d’aria e turbolenza…

Se fossi una materia vorrei essere la neve.
La freddezza in apparenza che mi segue, non doverla più spiegare.
Vorrei anche il permesso di coprire il vocio generale, la banalità di massa congelare.

E richiederei il mio banco, su una sfumatura rosa sopra il cielo.
E poi scriverei: “vi spiego”…

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Anche se

Anche se le strade sono avvolte da collane di brillanti
Nelle piazze mercatini, vin brulè e profumo di croccante
e la tazza che volevi, sul bancone di una pentola fumante.

Anche se di notte il luccichio di vetri e davanzali
fa tornare quella voglia di andare a camminare
dopo cena, a braccetto col berretto e il pattume da buttare.

Anche se la pioggia quando atterra sui fanali
fa tacere anche il cuore, a quell’ora in cui rientro
troppo tardi per uscire, troppo stanca per parlare.

Anche se la casa sa di sandalo e cannella,
sul divano la coperta con le stelle
e le gambe rannicchiate nel pigiama di flanella.

Anche se mi sento come un ramo da tagliare
Una macchia di caffè sulla pelle da lavare.

Anche se l’amore non esiste,
si è disposti solamente a rinunciare,
per un po’, ma alla fine è sempre uguale:
“quella volta non volevo e l’ho fatto per errore”
“sai che io non ero me stesso, era solo un favore”
“e detesto questo e quello, ma non lo potevo dire”

Rinfacciare, la parola cancellino dell’amore.

Il cursore ora lampeggia e non riesce a proseguire…
Tanti Auguri… Buon Natale.

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