La Solìte

Lo zaino aperto, lì posato sul parquet
come ninfea che galleggia in un quadro di Monet.

La mia sagoma sfumata sul divano,
il gin tonic nel bicchiere mezzo pieno,
un piattino con gli avanzi di salame e parmigiano.

Lo stendino e il bucato che ho piegato a mia maniera
stesso filo: il berretto coi bottoni e la tua canottiera.

Una fitta alla vita che non smette,
una fiala di silenzio questo male che mi stanca.
La Solìte, pioggia fredda nella stanza.

la Solìte è una sala senza aspetto,
lo strapiombo oltre il tuo parapetto,
la mia casa senza te, la balena di Geppetto.

La coerenza e il rispetto,
le due parti del mio cuore nel cassetto
ricomincia il lunedì ed il conteggio…

Ora indosso il mio cappello e i tuoi messaggi,
metto in moto questo tempo degli ostaggi.
Il caffè, due biscotti e la doccia sopra i nostri tatuaggi,
la camicia nello specchio appannato e la luce del per sempre
sul diamante che mi hai regalato.

Giro a vuoto per le strade, affidata ad una farsa
la Solite, amore mio non mi passa.
Mani in tasca a vita bassa, solo freddo nelle ossa.

Uno spaccio di dolcezza in zona rossa.

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Il sapore della casa

Le campane che attraversano i battenti,
una linea di palline sul soffitto abbracciate ad un filo trasparente.
Nel camino spighe fulvide e riflessi seducenti.

La tovaglia, i bicchieri e le candele spumeggianti
quando inizio a danzare col le mani sui suoi fianchi
mentre armeggia col coltello sul tagliere.

Nel paese dei rintocchi, il Natale color trave, una favola di fate.

Nella tana del nirvana il bagliore delle luci color talpa.
Il divano, i bambini di peluche, mille ore senza fine
che riavvolgi la mattina che mi stringi come vite in un bullone.

Cosa vuoi a colazione?
La tua torta, il mio thè, il caffè in tazza larga?
Norah Jones, il cornetto, due biscotti, penna e carta.
Al domani ci pensiamo un’altra volta.

A quest’anno voglio dire, ancora e basta.
Ora giura: fai uscire la paura, però aspetta…

fai restare il sapore della casa e ricorda, per favore, la purezza.

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Il Natale dell’avvento senza date

Home page agghindate su portali scalmanati,
nei carrelli digitali un pensiero da incartare
di regali che nemmeno puoi toccare.

La tv manda in onda la pazienza associale
presagi quotidiani per attese da sfamare.
Una sorta di carezza in allegato.
Quanta pena il divieto dell’urgenza a perdifiato.

Il Natale abbinato ad un corpo di reato.

C’è chi crede che la fine sia compiuta
vedo gente con lo sguardo assoluto.
Una stirpe che ha perduto verità e ogni aiuto
Tutti in coda tra i fedeli a metà viso spaventato.

Scorre il video delle ceneri bruciate.
Il Natale dell’avvento senza date.

Però amore ho pensato…
sulla terra devastata, ho una zolla non arata.
Semi in sogni da non fare, corone e spine da portare… quanta voglia di cadere.

Metti luce nella presa… fallo tu il mio Natale.

 

Se fosse

Se fosse un anno indietro da spiegare
si vedrebbe uno specchio da spannare
un’effigie di vapore con un senso di perduto da svelare.

Al mercato della nebbia, sogni in saldo come zattere di sale.

Se fosse un rimpianto da curare
sarebbe un riflesso aranciato nel bicchiere da finire,
una strada di ritorno da non fare
un mancato “resta qui” da riscattare

Se fosse una storia da narrare
la racconterei in versi senza niente da spiegare

È una storia casuale,
il destino di una mano nella mano d’agganciare…

Ti saluto grande fede

Prendo tempo, con la biro scrivo “posso” in controcampo
Sopra il foglio poi ricalco la parola “nonmiarrendo”
Tuttainsieme che si possa anche intendere che appunto stobevendo.

Prendo un punto, da un’angolatura finta
mi ci tuffo come un putto all’inferno… finchè non sarò convinta
che la neve dopo il bianco fa vedere la poltiglia.

La miseria dell’amore che non resta assomiglia
al mio nome liquefatto contro un vetro a fine festa.

A capire chi rinuncia c’ho provato
L’ho filtrato dentro attese, decantato e versato dentro varchi trasparenti
Ho rincorso anche troppo il concetto di promessa degli assenti.

Ti saluto grande fede, il mio voto è scaduto.

Ho una vita che a metà del suo limite è iniziata
In quest’epoca di mezze libertà ed intere eccezioni
voglio vivere di braci e di camini.
Voglio prendere le favole per buone

Voglio stare dalla parte delle asole che bastano ai bottoni.

 

Un’eternità di tempo da guarire

Una goccia di limone su due fette di salmone,
una Ceres nel bicchiere,
sotto gli occhi la stanchezza disegnata nero alone.

Stanca morta d’ascoltare questo genere di musica infernale
un tam tam di paura a percussione, fai più piano a respirare.
Monotema della vita il terrore, e l’umanità illesa come spugna ad assorbire.

Un’eternità di tempo da guarire.

Si Alice, torno a casa, nel paese dell’estrema meraviglia
Chiedo solo di posare il cappello e la lanterna.
Apri Alice, e richiudi la maniglia.
Ho bisogno del tuo viso oro e ambra nel riflesso della legna
e una notte fronte fuoco per finire la bottiglia.

Quando basta

Quando basta una mano sulla gamba
alla guida di una strada che non cambia.

Quando basta quello scatto sulla pelle liscia e bruna
mentre l’onda sulla riva la gremisce e la cattura.

Quando basta una birra con lo sguardo che va al cielo, lì seduta sul suo telo.
Mentre il tempo abbandona i suoi punti messi in fila.

Quando basta inventare un altro gioco di parole e di risate sotto il sole. Che l’amore mangia riso, pepe e voce.

Quando basta la penombra sul suo fianco color terra
La sua schiena che festeggia a raccogliere carezze, come l’erba con la pioggia.

Quando basta una cena fronte mare con la Luna
e l’amarezza infiltrata si trasforma in bendata Dea Fortuna.

Quella foto in mezzo al mare, il tuo faro, il mio tuffo,
un sacchetto di gioielli, la tua e mia calamita…

Corre il tempo sulla vita…
quando basta così poco, che davvero l’hai guarita.

Il trucco

Trasporto archivi e armature,
Studio l’amore.
Cerco il vaccino e del suo contagio voglio morire.

La solitudine, come un costume
Come la fede nell’anulare
Come una cura che non so finire
senza quel dubbio che passi il dolore.

La fantasia, l’organo esterno di anatomia
La quinta essenza, il regno difforme
Il bisogno dell’anima che rende vivibile una magia.

Sono la chiave e anche il forziere
Sono quel viaggio che non si può fare
in una carrozza senza cocchiere.
Sono del trucco il rischio lampante e il prestigiatore.

Sono le ali e anche quei mai che non so più dire.

 

Oggi come

Oggi come un tappo che salta
e le bolle che salgono fino all’orlo.
Il fiato sospeso,
le mani che sollevano la bottiglia
e la schiuma che si ferma.
Sul bordo, a filo. Torna indietro… e resta.

Oggi come un temporale estivo,
il mondo che diventa viola,
le rondini che planano impazzite,
il cielo che si spezza,
le lacrime pesanti che riempiono gli occhi delle case.
E poi… l’arcobaleno in diagonale sulla parete grigia della mia stanza.

Oggi come una porta che cambia le regole
Un’ora che diventa inutile
Un indovinello che non ha risposta
Un sogno che spezza un sortilegio

Scappiamo Alice, qua sono tutti normali.