Nella tua biografia

La mia corsa, sempre scalza su quel prato
la discesa in bicicletta dai gradini della chiesa
un sorpasso col mio skateboard di quel legno incollato
per due lire dall’amico di quel tizio un pò svitato.

Una mossa da maestro in quel gioco con i dadi
In attacco o in attesa, io baravo, tu fingevi
Io e te, nessuna resa.

Quando andavi a lavorare che sembravi un generale.
La divisa, la tua faccia da galera, ti giravi sulla porta non guardavi
Non centravi neanche l’aria, eri come chi ha fretta… e aspetta.
Nei tuoi occhi le saette.

Nella mia cameretta, occhi chiusi con le gambe penzoloni.
Dal mio dondolo sfioravano illusioni.
La mia vita era un sogno irreale, aquilone da montare.

Penso a te, penso spesso com’è andata veramente
se davvero fossi stata di una madre la promessa
se davvero chi ora sono, alla fine non sia proprio la tua messa.

Penso a te, penso spesso.
Stesso ardore, stesso nesso.
Uno specchio che squadrare non ho smesso.

Penso a te, penso spesso.
Mi dimentichi in risacca e mi riprendi da quel cavo con la voce da cosacca.
Quella rabbia e quell’amore, l’equilibrio tra coerenza e aritmia
Mi hai spiegato che la vita è solo tua.

Dal quel dondolo ho imparato a costruire aquiloni e tentare acrobazie.
Guardo ancora il soffitto, con i muri parlo chiaro
e ondeggio nella tua biografia.

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Dedicata all’inventore degli anni

Chi ha inventato gli anni mi ha provocato questa sgradevole sensazione di contrasto tra il senso della sottrazione e dell’addizione, come se si fosse accaparrato il potere di far ricominciare tutti da capo. Senza scampo.
E non c’è salvezza perché la logica non da risposte, la matematica le azzera e la vita le scompiglia.
Ok inventore degli anni, ora vado in archivio a riporre anche questo e poi moltiplico all’infinito i sogni, che almeno per loro, nessuno è ancora riuscito ad inventare una regola.
Tanti auguri amici, nemici, complici, amanti.
E sia.

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Nella mia seconda vita

Perché ogni anno torno qui a camminare per giorni sullo stesso lungomare, mille volte al giorno?

A bere Alcamo e Inzolia sulla spiaggia, ad ascoltare il rumore del mare che la sabbia assorbe, a calpestare le strisce di sole sulla strada fredda e dorata di Mondello, ad inoltrarmi su scogli sperduti, a ballare sulla riva e a fotografare con gli occhi in sequenze di centinaia di fotogrammi le barche dei pescatori a strisce blu, bianche, verdi e rosse, perché?

Qui, su uno scampolo di isola, sono abbastanza lontana dalla mia vita da poterne ancora scegliere un’altra.

In questa mia seconda vita, in questo posto, riesco ancora a sentire il cuore.

Ecco perché.

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Pro no me

Qualcuno e qualche, nessuno e alcuno
finte parole senza destino.

Codesto e stesso, questo e quello
punte di torri senza castello.

Quando e chi, che cosa e come
e quelle risposte ad alto volume.

Me, tu, lei, noi e voi
e i mille voli degli avvoltoi.

Loro e suo, nostro e vostro
e quante maniere fallite d’incastro.

Con questo tuoloro mio chissàchecosa, nessuno ha potuto.
Ora gli stessi tuoi-nostri-come,
sono dispersi in questo “opportuno” finire.

In quel tuosuo, sicuro piùmio, PRO no ME.

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Una nuova Avventura

Ha lo zaino pieno, due panini almeno,
la paura che sale all’imbarco sul volo.

Il respiro affannoso rotto soltanto al mattino
E punti lontani che lentamente
diventano vele, isola, mare, destino.

Il tempo al tempo
racconta di quando non c’era
il profumo di sale e di rosmarino

Non c’era un sentiero sperduto
Discese e salite a orizzonte perduto
e vento negli occhi, e tieniti forte
c’è ancora una curva e poi sei fottuto.

Scoprire la vita si chiama fortuna.
“Adesso son pronta”
La frase più forte del cielo

È ora, è tempo… una nuova avventura.

Le scale del Vinitaly

Al Vinitaly ci andai a 4 anni, con l’autobus perché il parcheggio è distante dall’ingresso e poi arrivano tutti da lontano, noi invece possiamo prendere l’autobus, siamo fortunati, diceva mio padre. Di queste parole mi restava un’immagine di famiglia indigena riconoscibile.
Comunque la giornata la passai per mano, sempre. Ho visto tanti banconi, scarpe, caviglie, calze.
Con il naso all’insù guardavo le facce rosse che ridevano, non c’era una parola che mi interessasse.
Ogni tanto mia madre mi allungava una distrazione, i tondini di carta avvolgi bicchiere con lo spacchetto erano i miei preferiti, li incastravo fra di loro come fossero di legno.
Con l’immaginazione costruivo una scala altissima che arrivava fino ai finestroni del padiglione, avevo ancora il biglietto dell’autobus in tasca… sarei scappata, sarei anche sparita.
Del Vinitaly mi è rimasto un ricordo negativo. Se qualcuno ora mi chiedesse di associare delle parole, probabilmente direi ammasso, mischia, chiasso, no.
Di Verona invece direi persistente, rubino, note.

Quella sera tornava proprio dal Vinitaly, aveva mani calde e parole rotonde spaccate al centro, con alcune di loro ho formato un puzzle incrollabile, con altre ho costruito una scala Mercalli.

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foto @VinitalyTasting

Hanno messo sole

Allora domani io preparo i panini e tu porti la birra, hanno messo sole.
Era una giornata tra lunedì e venerdì, tipo marzo, le previsioni dicevano sole, e sai che c’è? Mi prendo un giorno di permesso e andiamo. Fanculo. Prendo io le paglie, ok? Ovvio.
Svincolo per Ravenna, giro, ma dopo 2 km l’impensabile: a terra il ghiaccio, sul tergicristallo fiocchi di neve grandi come stracci, il termometro sul display in caduta libera e nel cielo una fabbrica di cemento.
Tornammo indietro facendo inversione al casello, mangiammo i panini in macchina, il fumo delle paglie fuori dal finestrino, le labbra strette e il mare oltre e dentro il grigio.

Tre anni dopo nel sogno c’era il sole, camminavamo forando il vento con la voce, ridevamo e mi prendevi sotto braccio.
I panini li mangiavamo con la schiena posata su un muretto, il sole in faccia e il vento dietro le spalle. Niente birra, avevi portato il vino e anche il cavatappi, mi fregavi sempre per accontentarmi.
Guarda come batte il mare su quello scoglio, sembra un criceto in gabbia.
A volte capita anche al mare, mi hai risposto.
Al ritorno l’asfalto era color arancio crepuscolo, ti sei girata verso di me e ti sei tuffata in un sorriso.
Ma non abbiamo fatto a tempo a tornare, mi sono svegliata. Sentivo freddo, ho stretto le braccia attorno alle costole e ancora sotto il piumone, mi sono girata verso la finestra.

Guarda come batte la pioggia contro il vetro.

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No, non lo vendo

Lo assaggiai molti anni fa in un locale grande come un buco. “Il buco” si chiamava, appunto. Aveva il sapore del prato e il colore della possibilità.
Lo faccio io, mi disse il titolare baffuto portando a tavola quella bottiglietta verde smeraldo, è il mio cavallo di battaglia.
No signorina, mi dispiace, il mio liquore al basilico non lo vendo, bisogna ritornare qui per berlo.
Sono ritornata al “buco” diverse volte per il liquore al basilico, infine ho capito come farlo.

No, non lo vendo, ho cose che vorrei tornassero.

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Ci lasceremo andare

Ero foglia che non si può legare
e poi seme, mi son sepolta per maturare.

Ho vagato in nebbie che si sono alzate per non guardare
e spezzato cieli che si sono infranti senza cadere.

Che arrivederci non è cordiale
il tempo passa, adesso e ancora, quanto ho urlato, non può finire!

Ma un giorno poi, ci lasceremo andare.
Mi vedo lì dove finisce il mare
senza dolore a sfogliare il sale
con qualche ruga, e tu dirai è tornato il sole.

Che il naufragar è dolce, non farà più male.

lasceremo andare