Un’eternità di tempo da guarire

Una goccia di limone su due fette di salmone,
una Ceres nel bicchiere,
sotto gli occhi la stanchezza disegnata nero alone.

Stanca morta d’ascoltare questo genere di musica infernale
un tam tam di paura a percussione, fai più piano a respirare.
Monotema della vita il terrore, e l’umanità illesa come spugna ad assorbire.

Un’eternità di tempo da guarire.

Si Alice, torno a casa, nel paese dell’estrema meraviglia
Chiedo solo di posare il cappello e la lanterna.
Apri Alice, e richiudi la maniglia.
Ho bisogno del tuo viso oro e ambra nel riflesso della legna
e una notte fronte fuoco per finire la bottiglia.

Quando basta

Quando basta una mano sulla gamba
alla guida di una strada che non cambia.

Quando basta quello scatto sulla pelle liscia e bruna
mentre l’onda sulla riva la gremisce e la cattura.

Quando basta una birra con lo sguardo che va al cielo, lì seduta sul suo telo.
Mentre il tempo abbandona i suoi punti messi in fila.

Quando basta inventare un altro gioco di parole e di risate sotto il sole. Che l’amore mangia riso, pepe e voce.

Quando basta la penombra sul suo fianco color terra
La sua schiena che festeggia a raccogliere carezze, come l’erba con la pioggia.

Quando basta una cena fronte mare con la Luna
e l’amarezza infiltrata si trasforma in bendata Dea Fortuna.

Quella foto in mezzo al mare, il tuo faro, il mio tuffo,
un sacchetto di gioielli, la tua e mia calamita…

Corre il tempo sulla vita…
quando basta così poco, che davvero l’hai guarita.

Il trucco

Trasporto archivi e armature,
Studio l’amore.
Cerco il vaccino e del suo contagio voglio morire.

La solitudine, come un costume
Come la fede nell’anulare
Come una cura che non so finire
senza quel dubbio che passi il dolore.

La fantasia, l’organo esterno di anatomia
La quinta essenza, il regno difforme
Il bisogno dell’anima che rende vivibile una magia.

Sono la chiave e anche il forziere
Sono quel viaggio che non si può fare
in una carrozza senza cocchiere.
Sono del trucco il rischio lampante e il prestigiatore.

Sono le ali e anche quei mai che non so più dire.

 

Oggi come

Oggi come un tappo che salta
e le bolle che salgono fino all’orlo.
Il fiato sospeso,
le mani che sollevano la bottiglia
e la schiuma che si ferma.
Sul bordo, a filo. Torna indietro… e resta.

Oggi come un temporale estivo,
il mondo che diventa viola,
le rondini che planano impazzite,
il cielo che si spezza,
le lacrime pesanti che riempiono gli occhi delle case.
E poi… l’arcobaleno in diagonale sulla parete grigia della mia stanza.

Oggi come una porta che cambia le regole
Un’ora che diventa inutile
Un indovinello che non ha risposta
Un sogno che spezza un sortilegio

Scappiamo Alice, qui sono tutti normali.

 

La vita è adesso

Quella strada e quel tuo treno
Camminando poi a un metro di distanza,
come toro e torero.

Tu che adagi le parole, io che gioco col rumore
C’è un gran caldo, sono poche queste ore,
senza meta e contro sole.

La complicità che arranca
quando il tempo è racchiuso come il vetro e la bevanda.
Come vita concentrata
in 3 ore, in 2 spesso e 1 dose di permesso.

Quando dici che mi ami, è la vita ed è adesso.
E lo sai che ho pensato… l’impossibile è ammesso.
Ma ho soltanto spalancato una porta
col cartello “qui il divieto ha accesso”.

Su quel marciapiede ferma, ora scendo.

E il verbale d’infrazione, che mi prendo,
io domani lo incornicio… e lo appendo.

Sei

Nel mio bicchiere il vino rosso color amarena
Difronte ho te, che sei il colore della mia vena.
La mia libertà in quarantena

Sei l’ombra del fico, estasi e avviso
Il cielo che ho chiuso, l’incendio doloso
Sei l’altro capo del tempo diviso.

Barchetta di carta, ostrica e perla
Il seme nel vaso che rompe la terra
Sei tu il sospiro che adesso mi parla.

Sei l’onda e la cresta
Il punto più fragile della tempesta
E la simmetria, che sulla mia riva appoggia la testa.

La Luna diversa
Calco di luce e universo
Sei porta del buio che mi attraversa.

Potrei proseguire ma basta sapere
che adesso tu… non vuoi più morire.

Ti porto con me, c’è un vaso di eterno che devo riempire
Tu prova a fidarti
Ci penso io.
Adesso.
Amore.

Nella tua biografia

La mia corsa, sempre scalza su quel prato
la discesa in bicicletta dai gradini della chiesa
un sorpasso col mio skateboard di quel legno incollato
per due lire dall’amico di quel tizio un pò svitato.

Una mossa da maestro in quel gioco con i dadi
In attacco o in attesa, io baravo, tu fingevi
Io e te, nessuna resa.

Quando andavi a lavorare che sembravi un generale.
La divisa, la tua faccia da galera, ti giravi sulla porta non guardavi
Non centravi neanche l’aria, eri come chi ha fretta… e aspetta.
Nei tuoi occhi le saette.

Nella mia cameretta, occhi chiusi con le gambe penzoloni.
Dal mio dondolo sfioravano illusioni.
La mia vita era un sogno irreale, aquilone da montare.

Penso a te, penso spesso com’è andata veramente
se davvero fossi stata di una madre la promessa
se davvero chi ora sono, alla fine non sia proprio la tua messa.

Penso a te, penso spesso.
Stesso ardore, stesso nesso.
Uno specchio che squadrare non ho smesso.

Penso a te, penso spesso.
Mi dimentichi in risacca e mi riprendi da quel cavo con la voce da cosacca.
Quella rabbia e quell’amore, l’equilibrio tra coerenza e aritmia
Mi hai spiegato che la vita è solo tua.

Dal quel dondolo ho imparato a costruire aquiloni e tentare acrobazie.
Guardo ancora il soffitto, con i muri parlo chiaro
e ondeggio nella tua biografia.

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Qui dice

Io me ne vado, tu che ti fermi.
In un solo abbraccio, lo spoglio dei sensi
Impasto di forze a lieviti assenti.

Gigola l’àrgano e trascina nel pozzo valore e progetti
Tutto ammassato dentro un archivio di prezzi.

Urlare non serve.
Il buio trasforma l’intesa in livida guerra
nessuno si salva se pieghi la testa.

Non cerco parole e spengo anche gli occhi
Ripasso istruzioni di come sognare.
Pensieri di niente nel bianco rumore.

Qui dice riposa… tienimi il ciuccio che l’incubo muore.

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Col vento parlavo anche prima

Rumore di ombra, che l’organo esegue in assolo di tantra
Sapore di lama, pezzi di senza, brandelli di prima.

Momenti privati… privati d’unione
voci bloccate su un disco in vinile.

Col vento parlavo anche prima
ma adesso vorrei la mia altalena, che trema.
Toccare per terra coi piedi
e spinger le nubi in punta di dita.

Mi tieni il cuore che sono stanca?

Sono giorni che si stringe
mi consuma come il fuoco, quando piange.

E gli chiedo ogni volta se gli basto, se so amarlo.
Lo tratteggio su una chat e non posso – fare – altro.

Lui non smette.
Disperato è il silenzio che promette.

Ecco adesso non lo dire… te ne prego.
Se gli dici vieni qui, lui stanotte schizza fuori come un getto
Ma non ha nessuna forza e nessun freno
con chi versa nel bicchiere la distanza
come gocce di veleno in una stanza.

Ora arriva un’altra notte mai eletta.
Sognerò il torace che riapre questa gabbia maledetta.

E lui vivo
Mentre corre
A perdifiato
Per tornare nel tuo petto.

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