Nella tua biografia

La mia corsa, sempre scalza su quel prato
la discesa in bicicletta dai gradini della chiesa
un sorpasso col mio skateboard di quel legno incollato
per due lire dall’amico di quel tizio un pò svitato.

Una mossa da maestro in quel gioco con i dadi
In attacco o in attesa, io baravo, tu fingevi
Io e te, nessuna resa.

Quando andavi a lavorare che sembravi un generale.
La divisa, la tua faccia da galera, ti giravi sulla porta non guardavi
Non centravi neanche l’aria, eri come chi ha fretta… e aspetta.
Nei tuoi occhi le saette.

Nella mia cameretta, occhi chiusi con le gambe penzoloni.
Dal mio dondolo sfioravano illusioni.
La mia vita era un sogno irreale, aquilone da montare.

Penso a te, penso spesso com’è andata veramente
se davvero fossi stata di una madre la promessa
se davvero chi ora sono, alla fine non sia proprio la tua messa.

Penso a te, penso spesso.
Stesso ardore, stesso nesso.
Uno specchio che squadrare non ho smesso.

Penso a te, penso spesso.
Mi dimentichi in risacca e mi riprendi da quel cavo con la voce da cosacca.
Quella rabbia e quell’amore, l’equilibrio tra coerenza e aritmia
Mi hai spiegato che la vita è solo tua.

Dal quel dondolo ho imparato a costruire aquiloni e tentare acrobazie.
Guardo ancora il soffitto, con i muri parlo chiaro
e ondeggio nella tua biografia.

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La stanza accanto

La mano imprecisa e il passo pesante.
Adesso, negli occhi acquosi, la traccia di vita, vaga perduta.

Nella vecchiaia tutto diventa lontano, anche la stanza accanto.

La culla in silenzio e un fiore che veglia le foto ingiallite dei cari perduti.
Li hai messi tutti. Vicino.
Che nessuno vorrai dimenticare di rincontrare.
Nella stanza accanto.

A 15 minuti di distanza

Sono circa le 8,00, mi metto sul divano, poso il cordless sul tavolino e aspetto.
Ormai non c’è più nessuno che chiama sul telefono di casa, ma il 23 aprile entro le 8,30 ricevo sempre le due stesse chiamate a non più di 15 minuti di distanza.

Dall’altra parte dell’Italia e all’opposto delle loro distanze le loro voci diventano uguali in quello stile di appartenenza che riconoscerei in mezzo a tutto.

La prima è sempre mia madre – le donne quando abitano da sole si scrivono sul calendario tutto.
“Tanti auguri ciccia”, come avessi ancora due ore e pesassi 4 chili e mezzo.
Poi mio padre, “tanti auguri amore”, perché è questo che resto.

Il mio onomastico è una festa che faccio sopravvivere solo per loro, per quel nome che scelsero perché mi consegnasse il coraggio e l’eroismo di San Giorgio che sconfisse un drago per liberare il suo popolo.
Grazie rispondo, Giorgia è proprio un nome bellissimo.

Poi rimetto la mia armatura.

onomastico