E magari è da lui che nasco

E forse sono composta di mare.
E magari è da lui che nasco.

Forse sono le onde alte a farmi ricordare della forza di un padre, forse è la trasparente dolcezza a farmi immaginare una madre.

Di certo nessun urlo di nessun bambino lo cambia, nessun caldo lo secca, nessun vento lo sposta.

Sei il mio idolo, la mia famiglia, il mio nascondiglio, il mio grande amore.

Cosa vuoi fare da grande Giorgina? Insegnare a nuotare.

Nella mia seconda vita

Perché ogni anno torno qui a camminare per giorni sullo stesso lungomare, mille volte al giorno?

A bere Alcamo e Inzolia sulla spiaggia, ad ascoltare il rumore del mare che la sabbia assorbe, a calpestare le strisce di sole sulla strada fredda e dorata di Mondello, ad inoltrarmi su scogli sperduti, a ballare sulla riva e a fotografare con gli occhi in sequenze di centinaia di fotogrammi le barche dei pescatori a strisce blu, bianche, verdi e rosse, perché?

Qui, su uno scampolo di isola, sono abbastanza lontana dalla mia vita da poterne ancora scegliere un’altra.

In questa mia seconda vita, in questo posto, riesco ancora a sentire il cuore.

Ecco perché.

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Non si fermi

Con il mare parlo poco,
parlo poco anche d’amore.
Parlo poco quando dentro ho il maestrale,
che biancheggia e feroce urla al male.

E mi sdraio su dei cocci di conchiglia
Occhi chiusi con il sole fra le ciglia
Aquiloni, qualche pesce, tanto mare,
il silenzio ed il vento che non cambia,
ma ribolle in un piatto d’utopistiche minestre.

Resto qui ancora un po’, a sedere sulla lama di una linea immaginaria.
Ho imparato a pensare che ogni fine sia soltanto una finestra.

Anche il sole al tramonto ha da fare,
giusto il tempo di uno scatto, fai buon viaggio, ti saluto. Ecco basta.

Questa vita di fuggiaschi e disillusi ormai stanchi,
C’è una stella, la seconda lì a destra,
non si fermi, vada avanti.

Una nuova Avventura

Ha lo zaino pieno, due panini almeno,
la paura che sale all’imbarco sul volo.

Il respiro affannoso rotto soltanto al mattino
E punti lontani che lentamente
diventano vele, isola, mare, destino.

Il tempo al tempo
racconta di quando non c’era
il profumo di sale e di rosmarino

Non c’era un sentiero sperduto
Discese e salite a orizzonte perduto
e vento negli occhi, e tieniti forte
c’è ancora una curva e poi sei fottuto.

Scoprire la vita si chiama fortuna.
“Adesso son pronta”
La frase più forte del cielo

È ora, è tempo… una nuova avventura.

La bolla di sale

La solitudine entra nel cuore come una bolla di sale.
E impari a evitare le scosse fatali,
ma ondeggi in silenzio perduta, come corona sul mare.

La solitudine insegna a gioire dell’essere libero come un relitto spiaggiato.
La vita diventa un dettaglio sgualcito, lo sbaglio d’aver accettato l’invito.

Mi siedo da sola, sto qui delle ore, bisogna imparare dal mare.
Un eremo liquido, che dalle sue isole si lascia toccare.

Mistero profondo, ma nei suoi fondali crescono i fiori più alti del mondo.

Distesa da bere gelata, tutta la gamma del blu per mille azzurre migliaia d’annate.

Bisogna imparare, sto qui delle ore.
Fin quando un respiro non getta la bolla fuori dal cuore.

Adesso sto qui, sto qui delle ore… qui a guardarla giocare col mare.

Come un gabbiano

È l’equilibrio che alle barche fa tagliare il mare
Che al silenzio dà occhi e bocca per chiarire tutto senza parole
Al cielo regala il vento per poter cambiare
E alla lava il sale, perché il mare possa giocare

Tra il nero e il bianco trova il colore
Tra notte e giorno irrompe il bagliore
Tra acqua e fuoco l’eterno calore.

Controllo il vento, apro le ali.

La proporzione
tra libertà e amore
come un gabbiano
con il mio grido
vorrei narrare.

C’è sempre qualcuno che è

C’è sempre qualcuno che è
la luna sulle creste di sale,
un gesto libero che si può replicare,
la musica leggera di sottofondo,
l’infinito tutto attorno.

C’è sempre qualcuno che è
una notte abbreviata,
la prima bracciata nel mare,
il lieve contorno sul bordo del cuore.

Quel modo per dire, è arrivata l’estate.

giugno

Poi quell’orchestra

Stesso pudore degli anni perduti
Toni pacati, parole, minuti.
Orchestra da camera con due soli fiati.
Svanisce l’angoscia dagli occhi smarriti

Dal tuo mappamondo si sente anche il mare
la Luna, due sigari, le nostre parole.
Un paradiso che è stato fatale.

Alberi alti che sfiorano il cielo
Tempesta di frutti caduti lontano.
Un vento continuo ci sposta fra i rami.

Poi quell’orchestra con due soli fiati, la voce di sempre
beviamo un bicchiere, sfortune e risate.
Il vento si placa, rumore di onde nel cuore, filtra la pace.
Fammi restare.

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Hanno messo sole

Allora domani io preparo i panini e tu porti la birra, hanno messo sole.
Era una giornata tra lunedì e venerdì, tipo marzo, le previsioni dicevano sole, e sai che c’è? Mi prendo un giorno di permesso e andiamo. Fanculo. Prendo io le paglie, ok? Ovvio.
Svincolo per Ravenna, giro, ma dopo 2 km l’impensabile: a terra il ghiaccio, sul tergicristallo fiocchi di neve grandi come stracci, il termometro sul display in caduta libera e nel cielo una fabbrica di cemento.
Tornammo indietro facendo inversione al casello, mangiammo i panini in macchina, il fumo delle paglie fuori dal finestrino, le labbra strette e il mare oltre e dentro il grigio.

Tre anni dopo nel sogno c’era il sole, camminavamo forando il vento con la voce, ridevamo e mi prendevi sotto braccio.
I panini li mangiavamo con la schiena posata su un muretto, il sole in faccia e il vento dietro le spalle. Niente birra, avevi portato il vino e anche il cavatappi, mi fregavi sempre per accontentarmi.
Guarda come batte il mare su quello scoglio, sembra un criceto in gabbia.
A volte capita anche al mare, mi hai risposto.
Al ritorno l’asfalto era color arancio crepuscolo, ti sei girata verso di me e ti sei tuffata in un sorriso.
Ma non abbiamo fatto a tempo a tornare, mi sono svegliata. Sentivo freddo, ho stretto le braccia attorno alle costole e ancora sotto il piumone, mi sono girata verso la finestra.

Guarda come batte la pioggia contro il vetro.

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