Le scale del Vinitaly

Al Vinitaly ci andai a 4 anni, con l’autobus perché il parcheggio è distante dall’ingresso e poi arrivano tutti da lontano, noi invece possiamo prendere l’autobus, siamo fortunati, diceva papà. Dopo queste parole, immaginavo di essere l’unica famiglia indigena e credevo ci saremmo anche distinti, chessò una sorta di faccia da veronesi.
Comunque la giornata la passai per mano, sempre. Ho visto tanti banconi, scarpe, caviglie, calze. Con il naso all’insù guardavo le facce rosse che ridevano, non una parola che mi interessasse.
Ogni tanto la mamma mi passava una distrazione, i tondini di carta avvolgi bicchiere con lo spacchetto erano i miei preferiti, li incastravo fra di loro come fossero di legno. Con l’immaginazione costruivo una scala che arrivava fino ai finestroni del salone, avevo ancora il biglietto dell’autobus in tasca, sarei scappata, sarei anche sparita.
Del Vinitaly mi è rimasto un ricordo negativo. Se qualcuno ora mi chiedesse di associare delle parole, probabilmente direi ammasso, mischia, chiasso, no.
Di Verona invece direi persistente, rubino, note.

Quella sera tornava proprio dal Vinitaly, aveva mani calde e parole rotonde spaccate al centro, con alcune di loro ho formato un puzzle incrollabile, con altre ho costruito una scala Mercalli.

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foto @VinitalyTasting

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Al mercato delle ali

Al mercato delle ali
un abbraccio e due pugnali
mille scudi per comprare
le ferite sue mortali.

Dell’amore non comprendo
soprattutto i rituali.
Io ti do tu mi dai, se lo voglio tu lo fai
Solo tu, solo io, HO e HA le sue vocali.

Vorrei essere un pirata
saccheggiare le prigioni sue dorate
per salvare tutto l’oro
degli amori abbandonati.

Col valore conquistato
poi comprare l’infinito
dal possesso ripulito.

Sogno ancora di volare
senza limiti e rivali
sopra tutti i manuali.

Al mercato delle ali.

mercato

Festa della Renga

Mi stava antipatico quel panzone. La maschera simbolo del carnevale veronese, per me solo una brutta copia di Babbo Natale. Si faceva chiamare papà, Papà del Gnoco, ma io sapevo che papà era solo il mio. E basta.

Provarono a spiegarmi la leggenda: che Lui, in antichità aveva dato da mangiare ai bambini affamati (gnocchi ovviamente) e si era guadagnato la riconoscenza di tutti, ma siccome restavo ancora interdetta, esagerarono: “…e sfamò anche tutti i loro papà!

Il giorno in cui finalmente questo omone sgraziato, pieno di ciuffi bianchi si mostrava in pubblico era una liberazione. A noi bambini grattava le guancie accarezzandocele con quei guanti ruvidi, con le sopracciglia truccate ci rideva in faccia sgranando gli occhi neri e slabbrando la bocca viola. La sua apparizione per me significava solo che il carnevale era finito. E che finalmente arrivava il giorno della quaresima.

Gonfiavo la bicicletta, prendevo il mio passamontagna giallo, guardavo se i miei guantini avevano dei buchi e mettevo nella tasca del giaccone quella pila di monete da cento lire custodita da un anno nel mio cassetto. Il primo giorno di quaresima, per andare alla festa della Renga c’erano 6 km da fare con la mia biciclettina da cross azzurra, con la cromatura segnata e il sellino un po’ storto.

Era sempre dopo questo “lungo viaggio” che mi convincevo che avrei anche potuto scappare di casa un giorno. Non mi avrebbero mai più trovato, sapevo viaggiare.

Io avevo il compito di determinare l’andatura e questa responsabilità un po’ m’innervosiva, però su quei pedali spingevo tutto il mio orgoglio. Mio fratello doveva assecondare la mia marcia, senza sorpassare. “Non fare il fenomeno”, gli diceva mio padre, “e stai a destra”.

La renga la servivano nei piatti di carta, con le forchette di carta e mentre il vento imperversava, ci passavano tovaglioli di carta. La polenta la mettevano nello stesso piatto della renga e il piatto bruciava. Avevo le guance color ciliegia, un bicchiere d’aranciata che non mi sarebbe mai bastato e mi colava il naso dal freddo. Ero così felice. Le mani si riscaldavano sopra la polenta, i tovagliolini si fermavano sotto i bicchieri e poi arrivava l’acqua, che si sporcava d’arancio nel bicchiere vuoto.

Allora papà raccontava la storia della “renga”: povero pesce pescato da povera gente. La fortuna di un povero, ma antico e grande popolo. E io ascoltavo, lo guardavo, mi incantavo. “Mastica però”, mi ricordava.

La giostra era sempre la stessa: un calcinculo arrugginito. Sui seggiolini che ogni anno si rimpicciolivano io mi allungavo fino a sporgere l’anima. Per prendere quella coda di pelliccia che era sempre più rada. Quando le mie monetine erano finite si poteva tornare a casa.

Ho amato talmente tanto quel giorno che l’ho dimenticato, salvandolo intatto.

Oggi. Apro la posta, trovo una mail gialla. Oggetto: polenta e renga.

Mi scrive un uomo con la barba bianca che sta cucinando la polenta, ha la renga nel piatto ed il primo giorno di quaresima segnato in rosso sul calendario. È papà, niente gnocchi.

Leggo, vado a capo, mi perdo, riprendo la riga, mi viene un brivido e mi cola il naso.