L’ombra insegna

Dall’ombra imparo a conquistare il riflesso di pace.
Quella lezione che il cuore insegna quando diventa capace di tenere il ritmo tra illusione e realtà.

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C’è sempre qualcuno che è

C’è sempre qualcuno che è
la luna sulle creste di sale,
un gesto libero che si può replicare,
la musica leggera di sottofondo,
l’infinito tutto attorno.

C’è sempre qualcuno che è
una notte abbreviata,
la prima bracciata nel mare,
il lieve contorno sul bordo del cuore.

Quel modo per dire, è arrivata l’estate.

giugno

Le scale del Vinitaly

Al Vinitaly ci andai a 4 anni, con l’autobus perché il parcheggio è distante dall’ingresso e poi arrivano tutti da lontano, noi invece possiamo prendere l’autobus, siamo fortunati, diceva papà. Dopo queste parole, immaginavo di essere l’unica famiglia indigena e credevo ci saremmo anche distinti, chessò una sorta di faccia da veronesi.
Comunque la giornata la passai per mano, sempre. Ho visto tanti banconi, scarpe, caviglie, calze. Con il naso all’insù guardavo le facce rosse che ridevano, non una parola che mi interessasse.
Ogni tanto la mamma mi passava una distrazione, i tondini di carta avvolgi bicchiere con lo spacchetto erano i miei preferiti, li incastravo fra di loro come fossero di legno. Con l’immaginazione costruivo una scala che arrivava fino ai finestroni del salone, avevo ancora il biglietto dell’autobus in tasca, sarei scappata, sarei anche sparita.
Del Vinitaly mi è rimasto un ricordo negativo. Se qualcuno ora mi chiedesse di associare delle parole, probabilmente direi ammasso, mischia, chiasso, no.
Di Verona invece direi persistente, rubino, note.

Quella sera tornava proprio dal Vinitaly, aveva mani calde e parole rotonde spaccate al centro, con alcune di loro ho formato un puzzle incrollabile, con altre ho costruito una scala Mercalli.

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foto @VinitalyTasting

Nel cuore della notte

Nel cuore della notte
dietro la finestra di una camera
le strade brillano pallide
come pailettes sgualcite
su divani glamour.

Nella luce dei lampioni
l’anima scivola
sui vetri gelati delle finestre spente.

A quest’ora le parole non vanno dette.
L’alba passa a prenderle nel cuore della notte
e le fa scomparire per sempre
nella voce confusa della vita.

Hanno messo sole

Allora domani io preparo i panini e tu porti la birra, hanno messo sole.
Era una giornata tra lunedì e venerdì, tipo marzo, le previsioni dicevano sole, e sai che c’è? Mi prendo un giorno di permesso e andiamo. Fanculo. Prendo io le paglie, ok? Ovvio.
Svincolo per Ravenna, giro, ma dopo 2 km l’impensabile: a terra il ghiaccio, sul tergicristallo fiocchi di neve grandi come stracci, il termometro sul display in caduta libera e nel cielo una fabbrica di cemento.
Tornammo indietro facendo inversione al casello, mangiammo i panini in macchina, il fumo delle paglie fuori dal finestrino, le labbra strette e il mare oltre e dentro il grigio.

Tre anni dopo nel sogno c’era il sole, camminavamo forando il vento con la voce, ridevamo e mi prendevi sotto braccio.
I panini li mangiavamo con la schiena posata su un muretto, il sole in faccia e il vento dietro le spalle. Niente birra, avevi portato il vino e anche il cavatappi, mi fregavi sempre per accontentarmi.
Guarda come batte il mare su quello scoglio, sembra un criceto in gabbia.
A volte capita anche al mare, mi hai risposto.
Al ritorno l’asfalto era color arancio crepuscolo, ti sei girata verso di me e ti sei tuffata in un sorriso.
Ma non abbiamo fatto a tempo a tornare, mi sono svegliata. Sentivo freddo, ho stretto le braccia attorno alle costole e ancora sotto il piumone, mi sono girata verso la finestra.

Guarda come batte la pioggia contro il vetro.

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Non l’ho detto

Era un rumore di carrozzeria e di qualcosa che si posava sopra graffiandola, c’erano anche dei passi, erano le 3 di notte. Ascoltavo immobile sul letto, ad occhi aperti.
Per chi non dorme la notte è un grande sipario che mantiene la speranza di aprirsi di colpo, in qualsiasi momento.

Ho cominciato a fissare le persiane con la precisione di un geometra. Una contorsione, un respiro, una smorfia di dolore, forse un minuto per arrivare alla finestra. Mi sono detta vai.

Guardavo dietro le stecche delle persiane e c’era un uomo dentro una macchina, posata di fianco c’era una bicicletta. Frugava ansioso, veloce, guardingo. Ha aperto lo sportello posteriore e cercava sotto, infondo, di lato.
La notte mi stava regalando un giallo, ho capito, ma non avevo un altro minuto per tornare indietro e prendere il telefono, volevo filmare, chiamare gli agenti, ma non avevo tempo, ho continuato a guardare.

Da lì a poco l’uomo ha trovato qualcosa, ha ripreso la bicicletta e si è allontanato veloce. La portiera della macchina aperta, la luce accesa all’interno dell’abitacolo.

Quando è arrivata la polizia mi ha chiesto dov’era andato, poi la corsa delle volanti e ancora delle domande al loro vuoto ritorno.
Volevo rispondere andate al fiume perché ha rubato due canne da pesca, non l’ho detto.
Ho spiegato che ho una costola rotta e non dormo, come i pescatori.

finestra

(foto di @zunalex)