La stanza accanto

La mano imprecisa e il passo pesante.
Adesso, negli occhi acquosi, la traccia di vita, vaga perduta.

Nella vecchiaia tutto diventa lontano, anche la stanza accanto.

La culla in silenzio e un fiore che veglia le foto ingiallite dei cari perduti.
Li hai messi tutti. Vicino.
Che nessuno vorrai dimenticare di rincontrare.
Nella stanza accanto.

Si dice buona Pasqua

Fatiche logistiche che accostano premure straordinarie a risate di plastica, anonimi convenevoli, formalità preconfezionate.
Che tanto quel battito segreto in fondo al cuore, ricorda che manca sempre qualcosa ai giorni di festa.
Tipo quell’allegria di alcune giornate, diventate spensierate per caso.

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A 15 minuti di distanza

Sono circa le 8,00, mi metto sul divano, poso il cordless sul tavolino e aspetto.
Ormai non c’è più nessuno che chiama sul telefono di casa, ma il 23 aprile entro le 8,30 ricevo sempre le due stesse chiamate a non più di 15 minuti di distanza.

Dall’altra parte dell’Italia e all’opposto delle loro distanze le loro voci diventano uguali in quello stile di appartenenza che riconoscerei in mezzo a tutto.

La prima è sempre mia madre – le donne quando abitano da sole si scrivono sul calendario tutto.
“Tanti auguri ciccia”, come avessi ancora due ore e pesassi 4 chili e mezzo.
Poi mio padre, “tanti auguri amore”, perché è questo che resto.

Il mio onomastico è una festa che faccio sopravvivere solo per loro, per quel nome che scelsero perché mi consegnasse il coraggio e l’eroismo di San Giorgio che sconfisse un drago per liberare il suo popolo.
Grazie rispondo, Giorgia è proprio un nome bellissimo.

Poi rimetto la mia armatura.

onomastico

Quando le uova si rompono

Tasche che vibrano e mondi che tremano.
Labbra moribonde che staccano i respiratori.

Gli amanti, quando non si amano più,
scelgono spazi molto stretti per i loro vuoti sconfinati.
Atmosfere irrespirabili negli inferi di paradisi distrutti.
E vivono in stati, divisi da patti spinati.

Tu qui non puoi entrare, ma io verrei lì, se tu vuoi tornare qui.
Chiamami solo se, ma non dirmi cosa, perché quando io ero tu non eri, e io so che tu non sei.
Questo è mio e questo è tuo, un_due_tre la gallina coccodè!

Il passato è un uovo.
E quando le uova si rompono è sorprendente la libertà che può uscirne.

uovo

C’era più di una volta

Il fiume sempre in basso, un pendio di terra che quando pioveva diventava fango pesante e da risalire ci volevano gambe giovani.
La mia casa arroccata sulla sponda. I vestiti, la luce, persino le espressioni delle persone erano quelle di una volta, innocenti, autentiche. Io abitavo li. Avevo gote rosse e bevevo da una fontanina ogni volta che correvo troppo.
Il sole lo vedevo di fronte e il fiume sempre alla mia destra, le strade parevano andare tutte verso sud.

Ho trascorso tante notti qui. In sogno vado in questo posto sconosciuto da anni, vivo episodi che non ricordo e quando mi sveglio dimentico tutto all’istante. Non ricordo mai nemmeno quello che ho appena detto ora.
Ma a dire il vero non è questo che volevo raccontare, in realtà era di un altro sogno che volevo parlare.

Stanotte guidavo la mia auto, di fianco a me c’era mia madre. Traslocavo e lei mi aiutava. Non avevo bagaglio, ma trasportavo uno strano oggetto tecnologico molto voluminoso e pesante, dalla forma antica, tipo vecchia radio piena di pulsanti. Era molto usurato, di legno mogano, con tasti neri, alcuni traballanti. Mi era indispensabile, solo questo ricordo.
Le strade erano vuote, guardavamo avanti e cercavamo il numero 101. Guidavo ascoltando la voce metallica del navigatore e con la coda dell’occhio vedevo mia madre che scrutava il territorio setacciandolo con le pupille.
Ci siamo fermate alla fine di una strada, in uno spiazzo, al segnale del navigatore. Mi sono girata allungandomi sui sedili posteriori per controllare che il mio oggetto fosse integro, poi ho spento il motore per chiedere a mia madre dove eravamo. La numerazione terminava al 73, ma il suo sguardo continuava in fondo al piazzale, verso sud partiva una stradina sterrata.
In quella direzione i numeri proseguivano, si intravedeva della terra, un fiume, una casa in alto.

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