Quando le uova si rompono

Tasche che vibrano e mondi che tremano.
Labbra moribonde che staccano i respiratori.

Gli amanti, quando non si amano più,
scelgono spazi molto stretti per i loro vuoti sconfinati.
Atmosfere irrespirabili negli inferi di paradisi distrutti.
E vivono in stati, divisi da patti spinati.

Tu qui non puoi entrare, ma io verrei lì, se tu vuoi tornare qui.
Chiamami solo se, ma non dirmi cosa, perché quando io ero tu non eri, e io so che tu non sei.
Questo è mio e questo è tuo, un_due_tre la gallina coccodè!

Il passato è un uovo.
E quando le uova si rompono è sorprendente la libertà che può uscirne.

uovo

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C’era più di una volta

Il fiume sempre in basso, un pendio di terra che quando pioveva diventava fango pesante e da risalire ci volevano gambe giovani.
La mia casa arroccata sulla sponda. I vestiti, la luce, persino le espressioni delle persone erano quelle di una volta, innocenti, autentiche. Io abitavo li. Avevo gote rosse e bevevo da una fontanina ogni volta che correvo troppo.
Il sole lo vedevo di fronte e il fiume sempre alla mia destra, le strade parevano andare tutte verso sud.

Ho trascorso tante notti qui. In sogno vado in questo posto sconosciuto da anni, vivo episodi che non ricordo e quando mi sveglio dimentico tutto all’istante. Non ricordo mai nemmeno quello che ho appena detto ora.
Ma a dire il vero non è questo che volevo raccontare, in realtà era di un altro sogno che volevo parlare.

Stanotte guidavo la mia auto, di fianco a me c’era mia madre. Traslocavo e lei mi aiutava. Non avevo bagaglio, ma trasportavo uno strano oggetto tecnologico molto voluminoso e pesante, dalla forma antica, tipo vecchia radio piena di pulsanti. Era molto usurato, di legno mogano, con tasti neri, alcuni traballanti. Mi era indispensabile, solo questo ricordo.
Le strade erano vuote, guardavamo avanti e cercavamo il numero 101. Guidavo ascoltando la voce metallica del navigatore e con la coda dell’occhio vedevo mia madre che scrutava il territorio setacciandolo con le pupille.
Ci siamo fermate alla fine di una strada, in uno spiazzo, al segnale del navigatore. Mi sono girata allungandomi sui sedili posteriori per controllare che il mio oggetto fosse integro, poi ho spento il motore per chiedere a mia madre dove eravamo. La numerazione terminava al 73, ma il suo sguardo continuava in fondo al piazzale, verso sud partiva una stradina sterrata.
In quella direzione i numeri proseguivano, si intravedeva della terra, un fiume, una casa in alto.

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Il mio biglietto

Le gambe tentano di smontare le braccia per rapirmi,
le braccia cercano di separarsi dalle gambe per agganciarmi al cielo.
In tutto questo vano tormento, in centro, sulla vita, io mi strappo.

Devi scegliere tra gambe o braccia, se ami scegli!
Non ami se non scegli!
Non hai nulla, hai troppo, non hai abbastanza!

B a s t a.

Accade di sentire ad un certo punto soltanto un brusio di sottofondo,
un rumore bianco sordo che accompagna nella stiva di se stessi.

Qui sotto, fra righe disperate e parole non dette,
non posso scegliere il divieto d’amare.
Vorrei il mio biglietto, non voglio fare questo viaggio da clandestina.

clandesina

Qui Atlantide, rispondi

Era un amore grande come un continente, poi è sprofondato intatto negli abissi. [Quando l’acqua arriva alla gola non cerchi il rubinetto, cerchi l’aria, ti muovi per salvarti].

Eravamo allenati a viaggiare insieme, eppure mentre tu nuotavi lontano io sono volata su un tappeto volante. [Hai usato la forza di sopravvivenza, ti sei salvata].

Siamo arrivati in quest’isola che non conosciamo e che non conosce noi e piangiamo ancora Atlantide, il nostro continente. [Atlantide è li ad ingannare, fa credere di essere ancora abitabile, anche se non ha più aria].

Questa nuova terra fa paura, noi non siamo più gli stessi, qui non siamo più nemmeno da soli. [Respirate, siete vivi, è una nuova avventura].

atlantide

Il cercatore d’ora

Un’ora nel cielo a provare la libertà senza peso

Un’ora nella memoria per scoprire il passato dove tiene i suoi ostaggi

Un’ora da paura ad imparare i difetti del pericolo

Un’ora senz’amore per riscattare i suoi peccati

Un’ora come un muro per oltrepassare le finestre.

muro

Il limite

È l’ultimo tratto vuoto alla fine del cerchio

È la pausa dei battiti nel cuore delle intenzioni

È una frazione di tempo al mercato del dubbio

Sono certi spazi in nessun luogo che usiamo per cambiarci

È frontiera da oltrepassare, estremità da rimuovere o confine da distanziare?

Il limite del limite è la sovrabbondanza di significati.